Suzuki Katana Jindachi alla prova sui Monti della Tolfa

Arricchita con accessori e scarico, esalta la sua anima sportiva

Alessio Taralletto

Si chiama Jindachi, come la montatura tradizionale delle spade Tachi, le mitiche lame dei samurai, che si portavano appese alla cintura col taglio rivolto verso il basso. Affilata come la katana da battaglia, ma spesso più riccamente decorata e rifinita. Un nome che calza a pennello alla versione speciale della Suzuki Katana: tagliente come la standard, ma più curata.

La versione Jindachi, infatti, guadagna una serie di accessori di serie, dalla sella bicolore al cupolino maggiorato fino alla protezione del serbatoio che ammicca alla trama della fibra di carbonio e a un set di adesivi che rendono più aggressiva la colorazione. Ma soprattutto la Jindachi guadagna uno scarico in titanio e carbonio targato Akrapovic che si sposa magnificamente alle linee affilate disegnate da Rodolfo Frascoli. Il risparmio di peso rispetto allo scarico originale è sensibile, e si percepisce anche alla guida. Ma quello che colpisce subito è l'iniezione di aggressività: la Katana ora sembra ancora più reattiva e sprigiona un sound degno di una moto da corsa.

Al netto del pacchetto di accessori speciali, si ritrovano i tratti distintivi della Katana standard: il poderoso motore 1000 derivato dalla Gsx-R K5, che si conferma un punto di riferimento per prestazioni e per 'schiena', sempre pronto a rispondere al gas a qualsiasi regime con una coppia a tratti impressionante. E il telaio perimetrale in alluminio, accoppiato alle sospensioni regolabili, rigide come devono essere su una moto con questo pedigree, ma mai in crisi anche sui fondi sconnessi cittadini. ANSA motori aveva già testato la Katana standard al momento della sua presentazione, ma purtroppo, in quell'occasione, la pioggia battente non aveva permesso di cogliere appieno il potenziale della moto. Ecco perché la versione Jindachi è stata messa alla prova 'a tutto tondo', usandola a lungo sia in città che fuori porta, cercando anche di mettere in luce il suo dna sportivo.

Suzuki affila la Katana, ecco la versione Jindachi

E la Suzuki non ha deluso affatto: pur restando una moto dichiaratamente 'fashion', che con le sue linee volutamente retrò ammicca al modello iconico degli anni '80 e non sfigura affatto se parcheggiata accanto a qualche cafè racer artigianale, la Katana è e resta una moto sportiva. Il motore K5, pur addolcito nell'erogazione e pieno di coppia ai bassi e ai medi regimi, tradisce la sua derivazione corsaiola se utilizzato nella zona alta del contagiri. E la ciclistica, messa alla frusta su curve e tornanti, non tradisce mai. La Katana dà il meglio sul misto veloce: nei curvoni percorsi in appoggio la ciclistica è granitica, e permette al quattro cilindri frontemarcia di viaggiare 'sui binari', anche esagerando con il gas.

Il tutto con la sicurezza di un impianto frenante assolutamente adeguato alle esuberanti prestazioni di motore e telaio: le pinze radiali Brembo che lavorano sul doppio disco anteriore non vanno mai in crisi, anche nelle staccate più aggressive, non mostrando nessun accenno di fading anche dopo essere state messe alla frusta a lungo. Ottimo anche il lavoro dell'Abs, che si interfaccia anche con il controllo di trazione regolabile su tre posizioni. Quest'ultimo, provvidenziale sui fondi con scarsa aderenza, può tranquillamente essere disinserito per un uso più sportivo, liberando l'esuberanza quasi maleducata della Katana, che in ogni caso resta sempre prevedibile e ben controllabile, anche quando si esagera con il gas.

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